ANTONIO NICASO / La camorra: la bella società riformata

Il professore Antonio Nicaso traccia il profilo della mafia più antica, quella che ha costituito il modello organizzativo e rituale per tutte le altre associazioni mafiose

La Camorra che di bello non ha proprio nulla, è la prima mafia a dotarsi di un modello organizzativo, sottoponendo gli aspiranti a “prove di coraggio” da cui sarebbero nati “legami di sangue” che avrebbero consentito l’entrata nell’organizzazione.


Un “esame” che traccia l’importanza dell’appartenenza, un principio ancora tanto vivo, nel pensiero e nell’agire, della camorra dell’oggi. Un modello che è quasi un patto fondativo che presenta, da subito, alcuni aspetti inquietanti, mutuati da una gestione “democratica” della rappresentanza sociale nei contesti decisionali! La città di Napoli venne divisa in dodici quartieri con un capo per ognuno di essi, i quali eleggevano il “capintesta”, avvalorando la tesi storica di una camorra a struttura unitaria che, in seguito, verrà utilizzata anche dai siciliani per la loro mafia.


Per un lungo tempo i “guappi” vennero considerati uomini duri, ma giusti perché praticavano la violenza per “fini onorevoli”, come difendere l’onore delle fanciulle, o vendicare le offese e i soprusi subiti dai deboli.

Più che un “contro – Stato”, la Camorra mostra le caratteristiche di un potere riconosciuto che nel tempo ha saputo riempire i tanti spazi, lasciati vuoti, nel vasto territorio dei bisogni sociali.


Nel 1980, anno del devastante terremoto in Irpinia, a settant’anni circa dal processo Cuocolo, la Camorra riprende vigore e con sfrontata violenza si insinua negli affari della ricostruzione, portandosi oltre i confini regionali. Sono gli anni della svolta, in cui i camorristi diventano imprenditori. Sono gli anni in cui, in terra emiliana, si stipula il grande accordo strategico tra camorra e ‘ndrangheta: ai casalesi il “modenese, a Grande Aracri il “reggiano”.